IMPERIAL BEDROOMS
di Bret Easton Ellis
Tanto atteso, questo imperial bedrooms, da farci forse avere le aspettative troppo alte; e si sa: aspettative alte = delusione post lettura. Eccoci invece nuovamente immersi in quella atmosfera Less Than Zero così nostalgica e unica per noi amanti del genere. E che tanto ci era mancata. Quella stessa Los Angeles indifferente e vuota di Clay e Blair, come se nessuno l’avesse toccata e tutto fosse rimasto esattamente come venticinque anni prima. Gli stessi parties dopo una premiere, gli stessi dialoghi vacui, lo stesso ambiente degli studios che ha passato lo scettro a loro, la prole della vecchia generazione di produttori, registi e scrittori. La trama questa volta è intricata e contorta e angosciante e non lascia dubbi: se cerchi gli anni ottanta, vai a vivere a Los Angeles; ti sembrerà di intravedere Trent che si mette gli stessi Ran-Ban o Blair che guarda l’oceano con quell’identica attitudine distante dal mondo o Julian che ti sorride assente, sicuro di sé, saltando da un guaio all’altro come avesse ancora diciannove anni. Per quanto riguarda le paure di ammutinamento da parte dei fans che Ellis si aspetta, data la presenza di sentimentalismi nel Clay quarantenne di oggi (dice lui in un’intervista della settimana scorsa), mi sento di dire che no, non ha deluso i fans, tutt’altro. Non poteva trovare modo migliore di farci rituffare in quell’alone ovattato e solitario dello Chateau Marmont, dove c’è un chiasso assordante di voci e flash ma tu sei come sordo, e l’unico rumore che senti viene dal vento caldo della California che ti fischia nelle orecchie. E questa è l’unica cosa che conta.